Torniamo a parlare di un apparecchio molto in voga: il condizionatore.
L’ondata di caldo estremo ha contribuito nel nostro Paese ad un’ulteriore spinta all’acquisto dei condizionatori, le cui vendite erano già cresciute molto nel 2025 (+16%). Si tratta di un apparecchio che fino a poco tempo fa non faceva parte del nostro bagaglio tradizionale di dispositivi domestici (come la lavatrice o il frigorifero, soprattutto nel nord Italia), ma che oggi è presente nel 55,1% delle case italiane (ed in quasi tutti gli edifici commerciali o produttivi).
Nei centri urbani l’effetto “isola di calore” ha reso per molti l’installazione e l’uso del condizionatore una scelta quasi di sopravvivenza. Il che ha messo in difficoltà le reti elettriche, causando ripetuti blackout out, per il superamento delle capacità previste da alcuni nodi della rete. Il sindaco di Torino ha invitato il gestore della rete ad adoperarsi affinché ciò non si verifichi più. Una presa di posizione apparentemente ragionevole se non fosse per il fatto che l’uso dei condizionatori contribuisce ad aumentare l’effetto “isola di calore”, rendendo ancora più insostenibili le temperature in città. Su un piano per così dire politico ci si trova quindi di fronte ad un dilemma: favorire l’uso dei condizionatori quale presidio per garantire la sopravvivenza di molti (secondo Politico in Europa sono state 14.000 le morti in eccesso causate dal caldo solo nel Giugno 2026) o combatterli perché contribuiscono significativamente a creare le condizioni che causano il riscaldamento dell’atmosfera (e quelle morti in eccesso…)?
Da un punto di vista imprenditoriale sicuramente il condizionatore è un articolo geniale: ti difende dal caldo che contribuisce a generare: più ne vendi e più ne venderai!
Ma chiariamo un punto: perché il condizionatore contribuisce a generare calore? Come tutte le macchine, esso obbedisce a delle leggi fisiche, nello specifico quelle termodinamiche (che tra tutte le leggi fisiche, come disse Arthur Eddington, sono quelle più inconfutabili): non elimina il calore, semplicemente lo sposta altrove (cioè all’esterno dell’abitazione o dell’abitacolo dell’automobile). Ma non è finita lì: per farlo consuma energia ed il consumo di energia genera calore (sempre per le incombenti leggi della termodinamica).
Facciamo un esempio: hai una abitazione di 80 mq (200 m3) in classe C e vuoi abbassarne la temperatura da 35 °C (temperatura esterna) a 24 °C e vuoi tenerla così per 8 ore con un condizionatore con EER (efficienza di raffreddamento) pari a 3,5.
Nell’esempio il condizionatore deve “spostare” all’esterno della casa circa 31 kWh termici e per farlo consuma circa 9 kWh, per un totale di 40 kWh. In sostanza, oltre al calore di casa, all’esterno arriva anche quello generato dalla macchina nel suo funzionamento, che equivale a quello di una stufa elettrica accesa per 4,5 ore (9,00 kWh).
In altre parole: al calore che il condizionare sposta dall’interno all’esterno, esso aggiunge un altro 25% di calore, che contribuisce in modo significativo all’alimentazione delle isole di calore urbane. Promuovere semplicemente l’adeguamento dell’infrastruttura alle nuove esigenze di consumo (crescenti) non può quindi rappresentare una soluzione. Come fare dunque?
Beh, forse la prima cosa è cominciare a considerare i condizionatori come un dispositivo di emergenza, finalizzato a ridurre le condizioni di disagio e non come qualcosa che magicamente realizza in città un ambiente di montagna. Nell’esempio di prima basta ad esempio impostare il dispositivo sulla temperatura di 28 invece che a 24 °C: una temperatura del tutto confortevole in un ambiente deumidificato (il condizionatore oltre a raffreddare deumidifica): l’energia termica spostata risulta di 17 kWh, con un consumo aggiuntivo di energia di circa 5 kWh. Un consumo (e calore immesso in città) quasi dimezzato.
C’è poi un altro aspetto da considerare: il gas contenuto nel condizionatore è destinato (nel lungo periodo) a finire in atmosfera, ed è un gas fortemente climalterante. In un condizionatore standard da 9000 BTU ci sono circa 600 g di gas R32 (attualmente il più utilizzato): non fa danni allo strato di ozono (che negli anni si è quasi completamente ripristinato, forse l’unica crisi ambientale superata con successo dal genere umano), ma ha effetti climalteranti 675 volte maggiori della CO2 (GWP - Global Warming Potential 675). La dispersione dell’intero contenuto di gas R32 di un condizionatore ha un impatto equivalente all’emissione di 405 kg di CO2. Per questo è richiesto un patentino apposito agli installatori di condizionatori: la “certificazione F-Gas”.
Ci chiediamo tuttavia come mai non si sia pensato ad un patentino analogo anche per i macellai, considerando che la stessa quantità di CO2 (405 kg) viene emessa anche per la produzione di soli 6 kg di carne di manzo (circa un terzo del consumo medio pro capite in Italia). Chissà cosa ne penserebbe il Ministro della Sovranità Alimentare Francesco Lollobrigida…