E-costa di più riscaldare una casa o raffreddarla?

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9 luglio 2026 3 minuti di lettura

Riscaldare o raffrescare: cosa consuma davvero di più?

Quando si parla di consumi domestici, il climatizzatore viene spesso indicato come uno dei principali responsabili dell’aumento della domanda elettrica estiva. Ma mantenere una casa fresca richiede davvero più energia che riscaldarla durante una giornata molto fredda?
Per rispondere a questa domanda consideriamo un caso semplificato ma rappresentativo.
Analizziamo una casa di 100 m², ben isolata (classe energetica B), climatizzata esclusivamente da una moderna pompa di calore. Assumiamo un coefficiente globale di dispersione dell’edificio (UA) pari a 180 W/K, un valore compatibile con un’abitazione recente.
La pompa di calore presenta prestazioni tipiche:

  • COP = 3,8 in riscaldamento;
  • EER = 3,1 in raffrescamento.

Il COP (Coefficient of Performance) indica quanti kWh di energia termica vengono forniti all’abitazione per ogni kWh di elettricità consumato. L’EER (Energy Efficiency Ratio) misura invece quanta energia termica viene rimossa durante il raffrescamento per ogni kWh elettrico assorbito.
Per rendere il confronto equilibrato scegliamo due condizioni con lo stesso salto termico massimo (ΔT = 18 °C):

  • Inverno: temperatura interna 19 °C, temperatura esterna minima 1 °C.
  • Estate: temperatura interna 22 °C, temperatura esterna massima 40 °C.

Poiché i 40 °C rappresentano una temperatura di picco e non costante durante tutta la giornata, assumiamo che il raffrescamento lavori in modo significativo per circa 15 ore, mentre il riscaldamento rimane attivo, modulando la potenza, nell’arco delle 24 ore.
Applicando queste ipotesi si ottengono i seguenti consumi indicativi.

ScenarioEnergia elettricaConsumo mensile[1]
Primavera / Autunno (18 °C esterni)4,5 kWh/giorno135 kWh
Estate estrema (40 °C max)19 kWh/giorno570 kWh
Inverno estremo (1 °C min)20,5 kWh/giorno615 kWh
 

[1] Ipotizzando 30 giorni con condizioni analoghe.

Il risultato è sorprendente: una moderna pompa di calore richiede quantità di energia elettrica molto simili per mantenere una casa confortevole durante una giornata di caldo o di freddo estremi.

Le mezze stagioni raccontano invece un’altra storia. Con una temperatura esterna di circa 18 °C, il salto termico rispetto agli ambienti interni si riduce a pochi gradi e il consumo giornaliero scende a circa 4-5 kWh, meno di un quarto rispetto agli scenari estremi. È proprio la riduzione della differenza di temperatura tra interno ed esterno a spiegare perché primavera e autunno siano i periodi energeticamente più favorevoli.
Naturalmente la realtà è più complessa. In estate il climatizzatore deve contrastare anche il calore introdotto dall’irraggiamento solare attraverso finestre e coperture, oltre agli apporti interni dovuti a persone, elettrodomestici e illuminazione. In inverno, al contrario, questi stessi apporti contribuiscono a ridurre il fabbisogno di riscaldamento, inoltre il nostro esempio è puramente elettrico, condizione non tipica per il riscaldamento invernale.

L’obiettivo di questo confronto non è rappresentare ogni possibile situazione reale, ma isolare l’effetto della temperatura esterna. Il messaggio è chiaro: a parità di edificio e di impianto, il caldo estremo e il freddo estremo richiedono consumi elettrici dello stesso ordine di grandezza.
La vera differenza emerge osservando il sistema elettrico nel suo complesso. Durante le ondate di calore milioni di climatizzatori entrano in funzione quasi contemporaneamente, generando forti picchi di domanda nelle stesse ore della giornata. È questa concentrazione dei consumi, più che il consumo della singola abitazione, a rappresentare una delle principali sfide per la rete elettrica del futuro.