Quanta energia c’è in un gelato?

kWh
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9 luglio 2026 3 minuti di lettura

Un’altro modo di combattere il caldo è prendere un gelato. Oltre ad essere indubitabilmente buono un gelato ha anche un grande apporto nutrizionale energetico: un etto di gelato alla crema contiene circa 0,24 kWh: l’energia chimica che il corpo estrae mangiandolo — la stessa unità con cui si misura la bolletta elettrica, applicata al cibo. Cioè 2,4 kWh per chilo di gelato, più o meno l’energia che una lavatrice usa in due cicli a 40°C. Ma per fare il gelato quanta energia serve?

Di fatto produrre un chilo di gelato — mantecazione, pastorizzazione, abbattimento di temperatura — richiede molta meno elettricità di quella “immagazzinata” nel prodotto finito. Gli studi di ciclo di vita (LCA) sulla produzione industriale stimano un fabbisogno energetico di produzione tra 0,2 e 0,27 kWh per kg. Le misurazioni su produzione artigianale danno risultati simili (0,3 kWh). Si direbbe il gelatiere spende per fare il gelato meno di un decimo dell’energia che il gelato stesso contiene come cibo…ma solo perchè non abbiamo considerato l’energia incorporata nella materia prima! Come siamo abituati a sottolineare, sopratutto nel caso del cibo il grosso dell’energia non dipende dalla preparazione ma dall’energia incorporata nella materia prima (si veda al riguardo questa pillola). 

Su una ricetta base di gelato alla crema (600 g latte, 100 g panna, 180 g zucchero, 40 g tuorli per kg di prodotto), l’energia incorporata nelle materie prime è di 3,38 kWh (dati Agribalyse). Sommati agli e-costi di preparazione fa 3,65 kWh per chilo, decisamente più dell’energia chimica incorporata (come è ovvio, essendo i principi fondamentali della fisica abbastanza consolidati).

Il conto cambia poi ancora un poco se si guarda a cosa succede dopo la produzione. Un gelato deve restare sotto zero per molto tempo: dalla cella dello stabilimento, al furgone refrigerato, alla vetrina del bar, fino al freezer di casa.

Un freezer domestico standard assorbe indicativamente 200–300 kWh l’anno per mantenere il suo contenuto a −18°C, indipendentemente da quanto è pieno. Se quel freezer conserva mediamente una quarantina di chili di alimenti surgelati, la quota di energia “affittata” da un chilo di gelato è di circa 0,01–0,02 kWh al giorno. E questo vale solo per l’ultimo tratto della catena: prima ci sono i giorni o le settimane in cella allo stabilimento, il trasporto refrigerato, la vetrina del punto vendita (che in una gelateria è spesso la voce elettrica singola più pesante dopo il mantecatore). Sommando i tratti, la catena del freddo può facilmente eguagliare o superare l’energia spesa per produrre il gelato (al netto dell’e-costo delle materie prime).

In sintesi 1 kg di gelato “vale” circa 2,4 kWh come cibo, ma ne costa in totale quasi 4 kWh, di cui 3,38 kWh per le materie prime e circa 0,6 kWh per essere fatto e per la filiera del freddo (prima di arrivare al cucchiaino). 
Un cono gelato 3 pallea tre gusti, diciamo da 180 grammi, ha quindi un e-costo (senza considerare il cono) di circa 720 Wh. Più o meno l’energia che richiede un condizionatore per abbassare di 2 °C un piccolo appartamento.

A margine: la catena del freddo è uno dei settori a maggior consumo elettrico nell’industria alimentare mondiale — il gelato ne è solo l’esempio più goloso.

Per chi vuole il dato completo, l’impronta di CO2 è stimata tra 1,2 e 2,8 kg di CO₂ equivalente per ogni kg di gelato prodotto (ScienceDirect, MDPI Sustainability), con le materie prime (in particolare i derivati del latte) responsabili di oltre il 50-70% dell’impatto totale.